Che cosa succede se nessuno sa davvero chi sei, anche se sei bravo nel tuo lavoro?
Questa è la domanda da cui siamo partiti durante l’incontro organizzato dall’Ordine dei Giornalisti Emilia Romagna dedicato al personal branding del giornalista.
Il personal branding è un aspetto che ogni professionista dovrebbe curare e qui nello specifico insieme al collega Giampaolo Colletti, Giovanni Rossi e Laura Corallo abbiamo cercato di sensibilizzare i colleghi.
Abbiamo affrontato qualcosa che spesso viene dimenticato tra una notizia e l’altra, tra una call con la redazione e un pezzo da chiudere: noi stessi.
O meglio: di come raccontare chi siamo come giornalisti in un mondo in cui non basta più “aspettare che qualcuno ci chiami”.
Il focus del mio intervento è stato chiaro fin dall’inizio: la comunicazione di sé è ancora troppo sottovalutata nell’ambito del giornalismo.
Tanti colleghi continuano a pensare che basti il proprio curriculum, le collaborazioni storiche, il fatto di “saper scrivere bene”. Ma oggi tutto questo non è più sufficiente.
Viviamo in un’epoca in cui la fiducia nel giornalismo è in calo. Secondo l’Edelman Trust Barometer 2025, il 77% delle persone non si fida più dei giornalisti. Un dato che ci obbliga a riflettere e a riposizionarci.
Allo stesso tempo, i numeri del precariato nella nostra professione sono drammatici:
giornalisti che lavorano anche 8-10 ore al giorno e guadagnano meno di 15.000 euro lordi l’anno, rappresentando i tre quarti dei professionisti dell’informazione.
In questo contesto, farsi trovare — e non aspettare — diventa una priorità.
Non è vanità. È sopravvivenza
Una verità semplice ma potente è proprio questa:
“Il personal branding non è un atto di vanità. È uno strumento di sopravvivenza e differenziazione”
Come si costruisce, allora, un personal brand credibile, coerente e professionale?
Attraverso un percorso strategico, che solitamente viene fatto all’interno di un’azienda e che ho rimodulato per il singolo professionista. Il nome che gli ho dato rispecchia la facilità di attuazione: “Smart Communication” che parte da un’analisi sincera delle proprie competenze e si sviluppa attraverso:
- Analisi delle informazioni. È il punto di partenza: capire chi siamo, cosa sappiamo fare, chi sono i nostri clienti e in che contesto ci muoviamo.
- La definizione di obiettivi chiari. Senza una meta, è impossibile tracciare una direzione. Serve capire dove vogliamo arrivare: più clienti, maggiore visibilità, nuove collaborazioni?
- L’individuazione del proprio pubblico. A chi ci rivolgiamo? Editori, aziende, lettori? Ogni target ha linguaggi e bisogni diversi: va conosciuto e riconosciuto.
- Significa identificare i temi che interessano davvero il nostro pubblico di riferimento e in cui possiamo offrire un contributo concreto. Argomenti rilevanti, coerenti con la nostra identità professionale, che diventeranno la base operativa della strategia di comunicazione.
- La costruzione di una strategia di comunicazione. Una volta chiari obiettivi e pubblico, si definisce cosa dire, (scegliere tra gli argomenti individuati nella fase precedente) come dirlo (scegliere il tone of voice) e decidere il volume della comunicazione (più è il budget che si investe più il volume della comunicazione sarà alto).
- L’implementazione di azioni concrete. Tradurre la strategia in attività pratiche e mirate, come la creazione di contenuti, la partecipazione a eventi e l’utilizzo delle media relations per amplificare la propria visibilità. Da inserire in un piano di comunicazione anche temporale.
- Infine, il monitoraggio dei risultati, sia online che offline. Analizzare ciò che funziona e ciò che va corretto, usando strumenti digitali (Analytics, Insight, SEO) ma anche feedback diretti e passaparola.
Personal branding significa anche dignità
Oggi un giornalista è sempre più anche un imprenditore di sé stesso.
Questo non significa svendersi o trasformarsi in influencer, ma scegliere cosa comunicare, come farlo, e a chi.
Significa dare valore al proprio lavoro, conquistare fiducia, cercare nuovi editori — e soprattutto tutelare la propria dignità economica e professionale.
Ciò che auspico è che ogni collega possa iniziare, o riprendere, un percorso di consapevolezza e narrazione di sé. Non per apparire. Ma per essere scelto, riconosciuto, ricordato.
Un piccolo passo concreto
I giornalisti iscritti all’Associazione della Stampa Emilia Romagna (ASER) possono usufruire di una consulenza gratuita per imparare a valorizzare le proprie competenze sul mercato.





